Dr.ssa Caterina Maci
Medico veterinario – Master di secondo livello in Fitoterapia – Università degli Studi di Siena
Le piante possono essere considerate gli alchimisti della natura, esperti della trasformazione della luce solare, dell’acqua e della terra in preziose sostanze, capacità che l’uomo riesce solo in parte, ad imitare (tratto da Botany of Desire, Michael Pollan).
Le piante contengono numerosi costituenti chimici che vengono utilizzati per il nutrimento e la formazione dei loro apparati e tessuti, oltre che per difendersi dall’ambiente circostante e per interagire con esso.
L’uomo fin dall’antichità ha compreso che proprio le sostanze prodotte dalle piante, potevano si, essere velenose e nocive, ma allo stesso tempo essere curative e aiutarlo a sopravvivere nell’ambiente dove si trovava. I primi uomini furono raccoglitori di semi, frutti ed erbe che servivano loro come nutrimento. Fondamentale è stata l’osservazione, da parte della specie umana, dei comportamenti degli animali con cui condivideva gli spazi naturali, i quali si nutrivano di particolari piante, funghi o minerali per evitare carenze nutrizionali o per curarsi da parassiti e agenti infettivi.
Per fare degli esempi, a tutt’oggi, i nostri cani e gatti mangiano un tipo di erba particolare in caso di nausea e i pappagalli brasiliani, gli Ara Macao, ingeriscono argilla al fine di eliminare le tossine, prodotte da alcuni cibi, che fanno parte della loro dieta.
La relazione tra uomo e piante, nel corso dei millenni, ha permesso di sviluppare le prime conoscenze mediche e terapeutiche evolutesi fino ai giorni nostri, che vengono raggruppate sotto il termine di Fitoterapia.
Ogni conoscenza e sapere nasce dall’esigenza di soddisfare dei bisogni: è così che molti millenni addietro l’uomo, dalla preistoria in poi, ha potuto acquisire informazioni ed esperienza sull’impiego delle piante a scopo curativo, per sopravvivere in un ambiente a lui ostile, ove però la natura offre anche soluzioni e aiuto.
Da prima egli ha osservato i propri simili e gli altri animali, notando quali piante potevano essere velenose e quali utili per curare delle ferite, il dolore o tenere lontani gli insetti nocivi. Possiamo affermare quindi che nel lungo periodo della preistoria l’uomo, grazie all’osservazione ripetuta degli effetti ottenuti su particolari malattie, sviluppa, seppur con una rudimentale sperimentazione pratica, le prime conoscenze delle virtù terapeutiche di numerose piante medicinali. Dall’empirismo e dalla tradizione nasce dunque la fitoterapia (F. Capasso – Impiego razionale delle droghe vegetali). Dapprima queste conoscenze venivano tramandate oralmente e venivano spiegate associando alle divinità o alle forze metafisiche del bene e del male, in parallelo anche le “virtù magiche delle piante”. Successivamente cominciano a nascere i primi documenti scritti per definire le proprietà medicinali delle piante e assieme alle prime civiltà nasce la concezione di farmacologia legata al regno vegetale.
Non è facile precisare quando l’arte del guarire iniziò a basarsi sulla medicina dei fatti o dell’evidenza che una stessa pianta, o una sua parte poteva risultare utile in senso terapeutico o nocivo, a seconda della dose o delle condizioni individuali del paziente.
Quattro sono però le principali culture medico-erboristiche che, nonostante il loro isolamento geografico, prive di contatti tra esse, hanno utilizzato specie vegetali simili per curare le stesse malattie: quella cinese, indiana (ayurvedica), europea (comprendente quella egiziana e medio-orientale) ed amerindia (delle popolazioni indigene americane).
1) La tradizione fitoterapica cinese riporta il primo grande erbario scritto, circa nel 3000 a.c., da Shen Nung chiamato Pen Ts ao Ching ove si riporta la descrizione di numerose piante officinali e di 237 prescrizioni erboristiche basate su erbe tra cui l’efedra e il papavero da oppio. L’ imperatore ed esperto erborista Shen Nung (Chin Nong) è colui a cui viene attribuita la nascita dell’agricoltura in Cina e l’uso del tè, prendendo il nome di “Divino Guaritore”. Li Shih- Chen (Li Shizhen), naturalista cinese, alla fine del XVI secolo scrisse il Pen Ts ao Kang Mu (Grande erbario), comprendente numerose piante medicinali e formulazioni erboristiche. Alla base della concezione medica cinese si trova il Tao, ovvero l’universo stesso che si rappresenta nell’insieme dello yin e yang o degli opposti, i quali, trovandosi in equilibrio, possono esprimere la realtà e l’armonia della Natura. Anche le piante rientrano in questa filosofia classificandosi in yin e yang.
2) La medicina indiana prende il nome di “ayurvedica”, che deriva dal sanscrito ayur (vita) e veda (conoscenza). Essa discende dai quattro libri indiani della saggezza, chiamati Veda. Tra questi il Rig Veda, descrive medicamenti composti da erbe, tra cui la cannella, lo zenzero e la senna. L’Ayurveda è una medicina olistica, ovvero prende in esame non solo il corpo ma anche la mente, lo spirito e l’ambiente in cui l’essere vivente si trova, come un insieme unico che si ammala quando le sue componenti non sono in equilibrio o in armonia. In uno stato di malattia si devono prendere in esame tutti gli elementi suddetti a partire dalla mente, nella quale si sviluppa la coscienza della propria condizione, come punto di partenza per il processo di guarigione.
3) La cultura medica europea nasce nel bacino del Mediterraneo con la civiltà Egizia che influenzò poi tutte le altre successive. Prima fonte scritta di conoscenze botaniche e mediche è il papiro di Ebers ritrovato a Luxor e risalente al 1500 a.c. In esso si riportano formule erboristiche basate su più di 500 piante, di cui quasi un terzo compare ancora nelle farmacopee occidentali. Nella civiltà Egizia medicina e religione sono accumunate, come si capisce dagli dei venerati. Ad esempio Osiride era il dio della vegetazione e Iside, sua sorella e sposa, aveva rivelato i segreti delle cure mediche all’ umanità tanto che i malati si rivolgevano a lei per invocare la guarigione dalla sofferenza. Il caduceo che come è noto, è ancora oggi il simbolo della medicina, è il bastone avvolto da un serpente che il dio egizio Toth tiene nella mano destra nelle sue raffigurazioni.
La civiltà Egizia ha poi influenzato quella greca per conoscenza e pratica medica. Il filosofo Aristotele (IV sec. a.c.), si è dedicato allo studio della botanica, oltre alle sue più note discipline filosofiche e scientifiche. Ancora nella Grecia Classica Ippocrate (460-370 a.c.) fonda il metodo clinico per il quale è considerato il padre della medicina. Fu medico e sacerdote a Cos, nel tempio dedicato ad Asclepio, il dio della medicina. Asclepio, secondo il mito è il figlio di Apollo e di Coronide, e nacque ad Epidauro e fu ucciso da Giove, geloso del suo successo nella cura dei malati. Ippocrate è il primo ad utilizzare un approccio moderno al paziente, quello della diagnosi-prognosi-terapia, analizzando la malattia e applicando le norme codificate apprese nel tempio dove gli Asclepiadi o medici sacerdoti curavano i fedeli-pazienti con i rimedi naturali, tra i quali, secondo il culto di Asclepio, si veneravano i serpenti, considerati animali sacri. Esistono piante la cui famiglia di appartenenza prende oggi il nome da Asclepio, la famiglia delle Asclepiadaceae, propria delle regioni tropicali e subtropicali.
Dopo la fondazione di Alessandria d’ Egitto con Alessandro Magno nel 331 a.c., la medicina greca vede il periodo di massimo splendore grazie alla Scuola Alessandrina con i suoi studiosi provenienti da tutto il Medio Oriente.
Dioscoride nel I secolo d.c., originario della Cilicia ellenica (oggi Turchia), allora provincia dell’Impero Romano, classificò e rese conformi gli effetti delle piante e fu impiegato come medico sotto Nerone. Scrisse il De Materia Medica primo vero erbario europeo dove classifica le terapie del tempo e oltre 600 piante officinali, numerose delle quali ancora usate. Ogni pianta viene descritta, come descritto il luogo di crescita, i metodi di utilizzo a scopo medicinale e gli effetti che essa produce sul corpo umano.
Tra gli autori che merita ricordare nella Roma antica, dobbiamo citare Plinio il Vecchio (I sec. d.c.) studioso del regno vegetale e del suo utilizzo per la cura delle malattie nella sua opera Naturalis Historia.
Galeno, degno successore di Ippocrate, medico personale di Marco Aurelio e fondatore della scuola medica galenica, si interessa di rimedi a base di piante medicinali secondo il sistema di polifarmacia o preparati vegetali misti per trattare tutti gli aspetti delle malattie.
Dopo la caduta dell’Impero Romano sono gli Arabi che continuano lo studio medico delle piante con il contributo di studiosi illustri quali Giovanni Mesuè (Abu Zakaryya Yuhanna Ibn Masawayh), ed Avicenna (Abu Ali al-husayn b. Abd Allah b).
Durante il Medioevo la fitoterapia fu associata, attraverso concezioni di superstizione, all’astrologia e alla magia con la convinzione che i rimedi vegetali dovessero essere efficaci, non per la propria natura ma per l’azione di componenti sovrannaturali.
Intorno all’anno Mille le strutture monastiche si dedicano all’assistenza medica dei pellegrini ammalati ed è con la nascita delle abbazie Cistercensi che si coltivano le piante medicamentose nei loro orti e si producono preparati fitoterapici. Durante questo periodo in Europa la badessa Hildegard (1098-1179) da Bingen, autrice di un trattato erboristico, “La medicina di Hildegard” è considerata il primo medico-erborista tedesco. Successivamente, S. Benedetto da Norcia intorno al 534 d.c. detta la Sua Regolafonda il Monastero di Montecassino.
Nel 1498 a Firenze venne pubblicata in lingua volgare, dall’Università degli Speziali, la prima farmacopea, il Ricettario Fiorentino, contenente indicazioni, dettami per la raccolta, la preparazione e la conservazione delle droghe e un formulario delle preparazioni galeniche.
4) Con la scoperta delle Americhe, poi si è potuto usufruire delle proprietà di piante diverse da quelle europee ma altrettanto importanti che hanno contribuito all’evoluzione della moderna medicina. Ancora oggi nel Sud America esiste la figura dei curanderos, conoscitori delle numerose specie vegetali come quelle relative alla Cordigliera Andina. Per la tradizione dei popoli americani del nord invece si sono perse molte informazioni dovute alla loro persecuzione e alla loro caratteristica di organizzazione sociale non stanziale.
Il termine “Fitoterapia” però compare per la prima volta in un trattato di Henry Leclerc (1870-1955), Precis de Phytotherapie che verrà utilizzato più tardi da Rudolf Fritz Weiss (1895-1992) nel suo Lehrbuch der Phytotherapie, ancora oggi di uso comune.
Durante la rivoluzione industriale, con il progredire della tecnologia e l’allontanamento dalle campagne, l’uomo ha purtroppo modificato e perso l’uso tradizionale delle piante che oggi però, in epoca recente, a fronte di nuove malattie, viene riscoperto e potenziato grazie proprio alle moderne tecnologie e conoscenze scientifiche.
Per la sua evoluzione storica la fitoterapia è il simbolo della medicina popolare che fin dalla comparsa dell’uomo sulla Terra utilizza sostanze naturali che si ritrovano nell’ambiente e che sono prodotte dalla natura. La medicina moderna utilizza anche oggi in laboratorio le piante per la sintesi e preparazione di farmaci. Per fare degli esempi: la morfina viene estratta dal papavero da oppio, l’aspirina è un derivato della corteccia dei salici o il cortisone, prodotto da piante come le agavi e le igname (dal bulbo di queste ultime viene estratta la diosgenina, dalla quale si ricavano i corticosteroidi, i contraccettivi orali e gli ormoni sessuali).
Attraverso verifiche sperimentali, le piante vengono selezionate per essere autorizzate all’impiego nella preparazione dei farmaci, rispettando i principi di efficacia e sicurezza come qualsiasi altra sostanza.
Ruolo chiave nell’azione farmacologica delle piante è il fitocomplesso cioè la presenza di più molecole assieme, principali e secondarie, che determinano effetti importanti sui processi di assorbimento, distribuzione, metabolismo, escrezione e tossicità del fitoterapico.
È stato osservato infatti, che il fitocomplesso, proprio per queste sue caratteristiche, riesce ad avere una maggiore e più prolungata distribuzione nel tempo del suo effetto farmacologico, ricorre a vie di eliminazione diverse (interazione con differenti organi emuntori), possiede migliore assorbimento intestinale, minore tossicità e più organi bersaglio, oltre che minori fenomeni di resistenza.
Nello specifico l’azione dei fitocomplessi delle piante è modulata ad agire in equilibrio con l’attività cellulare degli esseri viventi poiché simile per interazione all’attività delle stesse cellule vegetali. La fitoterapia è a tutti gli effetti lo studio della chimica delle piante, che possiamo adattare alle specifiche problematiche del paziente, nel rispetto del suo equilibrio fisiologico.
La fitoterapia non solo può contribuire a risolvere problemi di salute, ma soprattutto può rappresentare un aiuto per la prevenzione degli stati patologici, mantenendo il nostro organismo sano e in equilibrio con il mondo che ci circonda, sia fisico che mentale. La natura offre ai suoi esseri viventi, noi compresi, la possibilità di adattarci all’ambiente in cui viviamo e con il quale dobbiamo conservare il rapporto di simbiosi per stare bene. Le sostanze elaborate dalle piante sono molto diverse e complesse rispetto a quelle che l’uomo riesce a preparare con prodotti di sintesi, inoltre le piante sono vive ed i loro meccanismi interni sono simili a quelli del corpo umano: esse sono il legame biologico con il mondo che ci ha creato.
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